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Radici albanesi alle porte di Roma


di Ylli Polovina, Tirana


Sistemate nello standard più facile da tenere a mente, i dati principali sugli arberesh in Italia indicano la loro posizione nel sud, in Calabria e in Sicilia. I più curiosi si sono inoltrati fino a sapere che i connazionali di cinquecento anni fa si trovano anche nelle regioni della Puglia e del Molise, perciò nell\'Italia centrale. Sono a conoscenza di come ormai assimilati, non erano in pochi tra la popolazione autoctona negli ex-territori della Repubblica di Venezia, nel nord-est d\'Italia. I più interessati hanno assimilato la fonte per cui gli arberesh sono giunti fino a Torino, dall\'altra parte della penisola appenninica, in quella nord-occidentale e che allo stesso modo nel diciottesimo secolo, esattamente nel 1756, millesettecentocinquantasei albanesi di Scutari si insediarono nella città di Pianiano (Viterbo), a soli dieci chilometri da Roma.

Di questo gruppo alcuni sanno poco o nulla che a Grottaferrata, una cittadina su una collina tra le più pittoresche, luogo d\'aria e di clima salutare, dove gli artisti e molti dei vip della capitale italiana hanno edificato le loro ville per i momenti liberi, si trova un monastero conosciuto dagli abitanti come il Monastero di Santa Maria di Grottaferrata. Cosa ci spinge a portare per un attimo, attraverso quest\'articolo, il monastero all\'attenzione dei lettori e il più possibile agli occhi della nostra opinione pubblica? All\'interno della struttura (ha l\'aspetto di un complesso con almeno otto edifici dal prezioso stile medievale ed è circondato da alti muri degni di un castello), si trovano circa venti monaci basiliani cattolici diretti dall\'archimandrita Emiliano Fabbricatore. Egli è un arberesh di Santa Sofia, una delle città calabresi più centrali dell\'identità albanese. Quando verso la metà dell\'ottobre 2001 mi recai da lui in visita, alla fine dell\'incontro mi regalò un libro di più di seicento pagine sulla storia del monastero.

Sulla prima pagina aveva scritto di avermelo dedicato “con amore fraterno da Arberesh”. Mi emozionò proprio questa formula. L\'archimandrita Emiliano Fabbricatore aveva utilizzato il vecchio e mai spento codice dei nostri connazionali: gli albanesi dello stato nativo o di altre terre, come tutti coloro che conducevano una vita in immigrazione, gli arberesh li chiamavano fratelli. Si tratta di una parola tutt\'ora calorosa, un nome che indica un legame di sangue, mentre nella pronuncia e nel loro pensiero ha un significato ancora più intenso, più profondo, più alto, d\'unione. Nel testo scritto sulla prima pagina del libro l\'archimandrita aveva in segno d\'orgoglio dato inizio alla parola della sua appartenenza etnica, quella arberesh, con la A maiuscola.

Durante quella metà d\'ottobre del 2001, mentre presi a sfogliare il libro, prima ancora di accedere alle pagine espositive, proprio nella seconda pagina, con evidenti lettere era stato scritto che la pubblicazione avveniva sotto la cura dell\'archimandrita Marco Petta. Era anche esso indubbiamente un nome arberesh. Molto più tardi, quando il lavoro mi portò a conversare di questo connazionale con Hasan Aliaj, l\'editore e allo stesso tempo il caporedattore del giornale bilingue “Rrenjet-Le Radici”, egli mi spiegò che non solo Petta apparteneva alla diaspora degli emigrati in Italia cinque secoli prima, nato di preciso a Piana degli Arberesh, la più grande cittadina dei nostri connazionali in Sicilia, ma che pensava anche di essere originario di Peta ,Valona. Così raccontò, narrò di questa sua origine cinquecentenaria, senz\'altro non perché lo stesso Hasan è di Valona.

Non ebbi la fortuna di incontrare questo erudito arberesh, poiché egli non c\'è più. È passato a miglior vita all\'età di novant\'anni. Oltre a un periodo in cui guidò il Monastero, è stato per molto tempo anche il direttore della sua biblioteca. Esattamente cui, in biblioteca, dove l\'intero personale in servizio è costituito da dipendenti dello stato italiano e non da monaci, si cela l\'altra ragione per cui ci siamo rivolti, in questo articolo, a questa istituzione religiosa a Grottaferrata: presso una biblioteca così rara e famosa per il restauro di libri antichi (tra cui circa mille mappe e schizzi, studi geometrici e blocchi di appunti di Leonardo da Vinci) si trova anche una sezione albanese. Quest\'ultima ti sorprende per la grande ricchezza dei libri nella nostra lingua. Senz\'altro sono tra i più rari e di cui quasi nulla sanno perfino alcuni studiosi. Mentre coloro che li consultano sono veramente pochi. Nello scegliere l\'argomento di questo articolo, voler raccontare la parte albanese del Monastero di Grottaferrata, fummo influenzati dall\'appartenenza di Hasan Aliaj al gruppo che completa questo quadro interessante connazionale della cittadina panoramica alle porte di Roma. Da quella collina la capitale italiana sembra interamente ai tuoi piedi, risulta addirittura distinguere se dal suo centro, i contorni del Colosseo, esista una linea di demarcazione con Grottaferrata.
A Grottaferrata risulta evidente la presenza di albanesi, non solo grazie alla nuova immigrazione, ma lungo tutta la sua storia. Sembra sorprendente eppure lo stesso monastero è stato fondato nel 1004 da Nilo, un santo dall\'origine aristocratica, nato in terra calabrese vicino al Egeo, a Rossano. Prima di giungere alle porte di Roma ebbe come luogo di raccolta in preghiera una caverna a San Demetrio, una cittadina divenuta in seguito centro degli arberesh emigrati in Calabria. Egli era un uomo di ampia apertura mentale, grande amico dei libri e della cultura, uomo incline alla tolleranza e alla collaborazione. Il Monastero, dichiarato monumento nazionale un secolo e mezzo fa dagli italiani e proposto all\'Unesco quale vincitore dello status di patrimonio culturale mondiale, è di rito greco-bizantino, lo stesso utilizzato in Italia dagli arberesh. In qualche modo egli è una loro istituzione. Ciò ha creato un forte legame tra i nostri connazionali e il Monastero, l\'unico in tutta l\'Europa Occidentale che pur facendo uso di questo rito sia rimasto collegato alla Chiesa Occidentale, quindi il Vaticano.

Tale è rimasto per ben mille anni della sua esistenza, indiviso dalla Chiesa di Roma, perfino dopo che la Chiesa Orientale, quella di Bisanzio, si separò. Dalla Santa Sede il Monastero di Santa Maria di Grottaferrata viene considerato non come un muro divisorio, ma come un ponte d\'unione tra l\'Oriente e l\'Occidente. Forte di questi valori l\'intera chiesa ortodossa arberesh in Italia, parte della tolleranza religiosa caratteristica albanese, considera questa istituzione un suo punto di riferimento e in alcuni dipinti esposti è possibile notare che la tradizione della sua guida da parte di clericali arberesh è antica e continua. L\'ultima volta che ci trovammo lì, nel marzo 2009, all\'entrata della grande sala della biblioteca erano stati appesi i poster riguardanti un\'attività della chiesa della Piana degli Arberesh.

Sarebbe davvero felice per noi albanesi anche solo la presenza di questa spiccata istituzione alle porte di Roma, ma i clericali arberesh vanno ben oltre il mantenimento in vita del loro rito religioso, ciò ha avuto un ruolo straordinario nelle condizioni di convivenza con una popolazione del tutto cattolica, poiché ha conservato durante l\'immigrazione l\'identità nazionale. L\'archimandrita Emiliano Fabbricatore aiuta spesso finanziariamente, a volte anche con centocinquanta euro, alla pubblicazione del giornale “Rrenjet-Le Radici”. Quelle somme non provengono da qualche fondo della chiesa o pubblico, ma dal suo stipendio. Grottaferrata è un posto davvero simbolico per noi albanesi anche perché lì viene pubblicato quest\'organo mediatico di ormai dodici anni, con una tiratura di duemila copie e un formato elettronico spedito a centinaia di indirizzi e-mail.

Il giornale è un mensile distante dalla politica, che pubblica la storia della nostra nazione, rende nota la nostra corrente occidentale. Con “tra le mani” questo insieme di valori albanesi arriva per posta e attraverso internet fa il giro di tutto il mondo. Arriva regolarmente in pacchi da dieci copie in alcuni punti volontari di distribuzione in Austria, in Inghilterra (dove collabora il compositore Thoma Simaku e il noto studioso delle questioni albanesi Gezim Alpion), in Grecia, in Canada (qui instancabile nella sua distribuzione c\'è lo scrittore Faruk Myrtaj), in alcune grandi città degli Stati Uniti d\'America, in Francia (i più attivi qui sono Solane D\'Angeli, la figlia dell\'autore del libro pro-albanese “Enigma”, come anche Vasil Qesari, collaboratore della famosa rete pubblica France 3). Il giornale “Le Radici” arriva fino in Norvegia, in Danimarca, in Australia. In Argentina lo attende per poi distribuirlo presso decine di inidirizzi, principalmente arbersh, Mersini, una volta portiere della squadra di calcio di Valona.

Questo mensile la cui linfa è costituita dall\'incredibile passione dell\'amante della stampa libera come Hasan Aliaj arriva fino in Nuova Zelanda. Lì Hasan ha preso contatti con una città dove vive una comunità di albanesi composta da nove famiglie. “Le Radici” viene spedito anche in Albania (Moikom Zeqo è tra i suoi lettori). In Italia fa il giro di quasi tutte le case dei nostri vecchi connazionali. Presso la Piana degli Arberesh gode dell\'appoggio di un discendente del famoso casato nazionale degli Skiroj. Ecco perché non bisogna perderla di vista, senz\'altro nemmeno mancare di esprimerle riconoscenza, Grottaferrata. Ci sono radici albanesi alle porte di Roma.

(Traduzione di Besiana Polovina)

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