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Il momento degli albanologi


(Traduzione di Besiana Polovina)


Il pomeriggio del 11 marzo sulle due rive, quelle albanesi e italiane, si affacciano dense nubi. Mentre saliamo e scendiamo, appena le otto del mattino lasciano indietro i primi minuti, atterriamo sulla pista bagnata dell’aeroporto di Bari. Due ore dopo arriviamo a Lecce. Qui la morbida pioggia si trasforma in acquazzone. Soffia un vento gelido. Attendiamo tutto il giorno nella hall dell’albergo Tiziano la fine di quella pioggia mischiata all’ira di un uragano e l’arrivo di tutti gli invitati all’incontro “Scanderbeg è vivo”. Organizzata dall’Università di Salento e curata dall’Associazione Italiana di Studi del Sud-Est Europeo, questa conferenza albanologica avrebbe avuto luogo dal 12 al 13 marzo presso una delle più grandi sale del Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano”. Suddiviso in cinque sessioni di dibattito, il programma ne comprende una sulla diaspora albanese e i suoi rapporti con l’Occidente.
Quando finalmente fu notte inoltrata e venne fatto il primo “appello”, dei ventisei invitati quasi tutti erano arrivati. Da Venezia presenziava l’albanologa Lucia Nadin, per alcuni anni diplomatica a Tirana a capo dell’Istituto Italiano di Cultura. Dall’Università di Cosenza, la più grande del sud Italia, giungeva il vice rettore, lo studioso e allo stesso tempo spiccato organizzatore arbereshe delle attività albanesi Francesco Altimari. Non mancava dall’Università di Palermo l’intellettuale arbereshe e uno degli albanologi più attivi e moderni Matteo Mandalà. Proveniva da Tirana uno dei migliori studiosi del periodo medievale albanese, per qualche anno vice ministro degli Esteri e ambasciatore del nostro paese a Roma, Pëllumb Xhufi. Arrivava da Roma Maria Adelaide Lala Comneno, una studiosa dell’architettura albanese ai tempi di Skanderbeg. Rappresentava l’Università di Venezia Alessandro Scarsella, preparato sull’immagine dell’eroe nazionale nella letteratura italiana. Dall’Università di Tirana faceva la sua comparsa la linguista Anila Omari, che avrebbe riferito del contesto storico e del ruolo di Skanderbeg nella “Formula del battesimo” di Pal Ëngjëlli, fino ad ora il primo documento mai scritto in lingua albanese.
Dall’Università di Salento confermavano la loro presenza il decano della Facoltà di Giurisprudenza Raffaele De Giorgi, il decano della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, l’italo polacca Alizia Romanovic, due titolari di cattedre come Francesca Lamberti e Giovanni Tateo, i professori Marco Jaçov (italo-croata), Franco Merico, David Lucking (italo-inglese), lo spagnolo-albanese Diego Simini, il professore albanese presso l’Università di Salento Genci Lafe, il compositore albanese a Lecce da due decadi Edmond Buharaj, l’osservatore italiano del kanun di Lek Dukagjin e di Skanderbeg Donato Martucci, gli studiosi del posto Mario Cazzato, Enzo Ligori, Lorenzo Mattei, Luisa Cosi. Ci sarebbe stato anche uno dei discendenti del nostro eroe nazionale, il medico scienziato Alessandro Castriota Scanderbeg. Addirittura alle otto di sera, quando alla stazione ferroviaria di Lecce sarebbe arrivato l’ultimo treno con i viaggiatori da Vienna, dalla capitale austriaca venne Joachim Matzinger, studioso della lingua e della letteratura ai tempi di Skanderbeg. Ma non scese Jens Oliver-Schmitt, l’autore noto agli albanesi per via del dibattito causato dal suo libro “Scanderbeg”. La sua presenza era stata promessa fino all’ultimo e gli organizzatori dell’incontro avevano inserito il suo discorso “Scanderbeg, una reinterpretazione” per primo, a capo di tutto l’evento. Alla fine Schimtt aveva mandato una e-mail dove annunciava di essere ammalato ma comunque inviava in allegato la sua relazione perché fosse pubblicamente nota. Monica Genesi, titolare della cattedra di albanologia dell’Università di Salento così come il famoso studioso delle grandi famiglie albanesi immigrate in Puglia dopo la morte di Scanderbeg, Giancarlo Vallone, i due principali organizzatori dell’attività, la sera dell’11 marzo potevano considerarsi sereni. L’indomani poteva iniziare. L’intero impianto era pronto.

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L’autore di queste righe, che vide l’evento compiersi degnamente in una città dell’Italia, non può sostenere che era nulla a confronto con alcuni tenuti nell’ultimo decennio, compreso quello di Tirana in occasione dell’Anno di Scanderbeg, il seicentenario della sua nascita. Ma trovo giusto affermare una cosa: l’albanologia resta oggi la direzione e il principale regolatore di tutti i parametri richiesti a noi albanesi per poterci naturalmente integrare nell’Unione Europea. Questo non esclude nessuna delle decine e centinaia di obiettivi politici, economici e sociali che accompagnano in sequenza i pacchetti degli standard decisi da Bruxelles. Necessariamente prima di entrare e aderire dobbiamo comprendere profondamente l’Europa. Ma prima dobbiamo conoscere e capire noi stessi. E’questa, come per ogni popolo, la cosa più complicata. E proprio perché complicata, va affrontata e non aggirata. L’identità albanese, la scoperta dei valori e dei difetti posseduti, il rilevamento delle figure e degli eventi negati o lasciati nel dimenticatoio, cioè il ritorno completo della storia, la guerra portata avanti per annientarci e quella combattuta per sopravvivere, i punti forti o deboli, sono il “super pacchetto”, quello di cui non dobbiamo attendere l’arrivo da Bruxelles. Si forma a Tirana e a Pristina, si detta e si coordina ovunque abitino degli albanesi. Come questa missione viene intrapresa da una cattedra di albanologia fuori dal nostro paese, parte di un gruppo a tutt’oggi attivo, addirittura finanziati dai fondi degli altri governi, sta a testimoniare che nei nostri territori continuiamo ad essere indietro. Prima di dire che il difetto inizia con il languire degli investimenti finanziari in questa direzione così vitale del futuro, dobbiamo dare una spiegazione. Ogni riorganizzazione delle strutture accademiche, cioè del corpo specializzato di studiosi preparati e retribuiti per questa grande missione, ha tentato la liberazione delle energie incastrate in concetti e vecchi schemi, ma fino ad ora i risultati non sono all’altezza. Sono davvero trasformazioni che non danno frutti nell’arco di uno o due anni, eppure ogni giorno che passa porta all’occhio un problema: è stata compiuta una riforma che non ha funzionato fino in fondo.
Sarebbe stato certo meglio prima alleggerire e sveltire le strutture, ma non sembra che la mentalità stia cambiando. Questo lascia intendere la profondità della tana in cui si trova a sonnecchiare, ben oltre la prima impressione che la forza per risvegliarla e metterla in attività a pieno ritmo ce l’abbia un partito o l’altro. Per cinque anni il dibattito sull’identità albanese, il più grande compiuto in tutta la nostra storia moderna, non partì dalle rispettive strutture di studio, ma dal confronto spontaneo di alcune personalità come Ismail Kadare, Rexhep Qose, Kristo Frashëri e altri. Causato da una collisione di punti di vista sia per via delle urgenti necessità di sviluppo che per qualche rammarico o rivalità nella maggior influenza pubblica, l’intero dibattito non si concluse con un intervento di completamento e di orientamento degli albanologi o delle loro istituzioni. Questi si tennero in disparte. Non iniziarono né conclusero, non sistemarono il contributo dato, non lo consolidarono o divulgarono. Nemmeno terminando la prima fase si prepararono ad aprirne una seconda, portando il dibattito vitale fino ai confini di una grande riforma della nostra mentalità sull’identità nazionale.
La scienza è come la politica, governa. Non viene dietro. La stessa cosa avvenne all’inizio del secondo grande dibattito, quello su Giorgio Castriota Scanderbeg, le fondamenta dell’identità del nostro stato. Questa volta la lentezza e la non partecipazione energica, il vecchio stile conferenziale “accademico”, lasciarono gli albanesi alla mercé non solo di alcuni protagonisti mediatici impreparati ad affrontare temi di albanologia, ma anche a volte tali da dare l’impressione di possedere un’aggressività che non coincideva con la verità e soprattutto con gli interessi nazionali di eurointegrazione. Poiché ora, dopo la liberazione del Kosovo e l’annuncio dell’indipendenza, non esiste maggior interesse di quello del raggiungimento dei parametri di adesione all’Unione Europea. In due grandi dibattiti chiave, quello dell’identità del popolo e dello stato albanese stesso, l’abbandono dell’opinione pubblica da parte delle sue istituzioni preparate e retribuite ai fini di compiere la missione ha lasciato un’impressione negativa. Ritrovati indifesi in un campo di battaglia aspro e professionalmente complicato siamo stati attaccati nella stessa passione e nel legittimo diritto che possediamo di aderire all’Europa. Così ognuno di noi si è difeso con i mezzi di circostanza che aveva.

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Nella prima seanza della conferenza albanologica tenutasi a Lecce, mentre il professor Giancarlo Vallone moderava il dibattito e una dopo l’altra sarebbero state manifestate le chiare idee di Pëllumb Xhufi, Marko Jacov, Francesco Altimari, Jens Oliver-Schmitt, Matteo Mandalà, sarebbe sembrato chiaro quello che molti di noi continuavano a non notare: almeno negli ultimi centocinquant’anni nulla è cambiato dalla vecchia piattaforma per aggrovigliare l’opinione internazionale con la dottrina che nella loro identità mai formata gli albanesi sono un popolo problematico. Una volta barzellette sul nostro avere una coda, poi teorie sul nostro provenire dalle montagne e dall’unico mestiere nazionale, quello del pastore, aver creato lo strato della nuova piattaforma del duemila: come se fossimo poco o per niente europei. Gli albanesi hanno avuto due Rinascimenti. Quella conosciuta da tutti e che si trova scritta a chiare lettere sui testi di scuola, quindi il movimento nazionale che portò all’indipendenza del primo stato albanese e l’altra, quella che fatichiamo tutti a concepire come il secondo Rinascimento. Ebbe inizio negli anni novanta, con la caduta della dittatura ed entro diciotto anni non solo staccò il Kosovo dall’ingiustizia storica, ma inserì anche l’Albania nell’Alleanza Atlantica preparandola ad aderire alla UE. Il periodo storico che viviamo, che a molti appare comune proprio perché molto vicina e per questo difficile nel riconoscere la straordinarietà, ha risvegliato e rese attive le stesse forze anti albanesi che agivano più di un secolo fa. Basta consultare i dati storici, le teorie circolate allora, i place d’armes da dove partivano. Simili come due gocce d’acqua. Nel commento di Jens Oliver-Schmitt, letto con rispetto dalla professoressa Monica Genesi, non solo non c’era uno spostamento dalla piattaforma delle sue teorie sviluppate nel libro “Scanderbeg”, ma era avvenuta perfino la loro formulazione più diretta e incisiva. L’albanologo svizzero-tedesco era sorprendente nel suo atteggiamento ostinato ma non perché avrebbe dovuto cambiare idea, cosa priva di senso, ma perché di tutto il dibattito scaturito in Albania non aveva considerato e preso nessuna idea alternativa, per quanto piccola, per correggere o rendere credibile qualche suo argomento. Provocare uno scambio ampio e turbato di pensieri e non ritrovarsi aperti a cogliere dall’altro anche un suggerimento benevolo, quindi essere così testardi nel cento per cento delle proprie tesi, non è indice di un’intellettuale aperto e di uno scienziato dalla mentalità democratica. Questo è il meno, perché senza recriminare la sua opera e missione, quindi trattandolo come contributo costruttivo, si manifesta con maggior chiarezza la preoccupazione che più che una struttura di tesi albanologiche, con “Scanderbeg” abbiamo a che fare con una piattaforma politica.
Non pochi cervelli e penne fuori e dentro il suolo albanese sono allarmati dal fatto che, come cento, duecento, cinquecento o mille anni fa, abbiamo lasciato in minoranza la tendenza a legarci all’Oriente, che secoli prima si chiamava Bisanzio, Impero Ottomano oppure Unione Sovietica, restando una maggioranza schiacciante e ferma predisposta verso l’Occidente, oggi personificata dalla forma più chiara e felice dell’alleanza dell’Europa con gli Stati Uniti d’America.
Mai come oggi l’albanologia ha rappresentato un terreno di scontro politico e allo stesso tempo geostrategico. Motivo per cui naturalmente chiede come ogni altra parte statale, come ogni ministro o una sua struttura attiva, un finanziamento speciale. Progredendo.
Dagli albanologi vorrebbe la mobilitazione dei tempi difficili, quando si lavora tanto, si pubblica tanto, si discute tanto e si dorme poco, molto poco.

Ylli Polovina


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