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Gli albanesi verso l’Occidente alla ricerca delle loro radici


(Traduzione di Besiana Polovina)

A partire dal mese di luglio del 1990 e per un’intera decade a seguire, l’Albania diede vita ad un’ultima grande diaspora, seconda solo a quella nata dopo l’invasione ottomana.
I movimenti migratori furono in prevalenza frequenti e dalle dimensioni contenute.
Il distacco della popolazione dalle coste albanese finì per rappresentare la normalità laddove si perseguiva l’ideale di una vita migliore. Se la causa delle piccole migrazioni fu la povertà, le due grandi ondate vennero segnate dall’intreccio di gravi circostanze geopolitiche.
Entrambi i fenomeni, rafforzati dalla presenza dell’altro, furono i più grandi
dominatori dell’Albania.
I nuovi scenari geostrategici dopo la caduta del Muro di Berlino ricrearono in Albania le condizioni di una ritrovata libertà. A causa di evidenti motivi storici l’Occidente conobbe uno sviluppo economico molto più importante dei Balcani, in particolar modo degli albanesi e questo determinò l’orientamento della diaspora.
Se il focolare del progresso si fosse trovato in Oriente, sarebbe stata quella la direzione. Avrebbero fatto lo stesso i nostri vicini, soprattutto i greci, popolo dalla sconfinata passione emigrante.
Quel che suscita interesse è che il nostro popolo guardò verso l’Occidente quando venne colpito non solo dalle disgrazie economiche, ma anche da gravi diluvi politici. Quei nobili o semplici guerrieri della resistenza antiturca di cinque secoli prima, o per alcune decadi posteri di Scanderbeg portarono avanti questa scelta non perché lì avrebbero incontrato il benessere, ma perché attratti dalla protezione politica e religiosa, essendo soprattutto cattolici.
La prima ondata della nuova diaspora albanese, quella del mese di luglio 1990, costituita da quasi cinquemila persone barricate nelle ambasciate dei paesi occidentali a Tirana, vedeva nel desiderio di partire la ragione politica per cui un sistema sociale fallito come quello del realcomunismo andava abbandonato. Quella fu una fuga non solo dettata dalla povertà dal paese, fu una protesta politica.
Venne lasciato alle spalle un modo di governare decaduto in nome dell’amore verso un altro, quello occidentale. E’questa la ragione per cui, quella che nella storia moderna albanese viene riconosciuta come “l’entrata in ambasciata”, finì per rappresentare una rivoluzione politica di velluto.
Per poter testimoniare la responsabile scelta europea dei rifugiati, riportiamo dei dati riguardanti questo cruciale momento storico. La sera del 2 luglio 1990, il secondo giorno della rivoluzione, nell’ambasciata della Repubblica Federale Tedesca si trovavano 36 albanesi evasi, 25 persone nell’ambasciata polacca, 16 in quella italiana, 12 in quella francese e turca. Solo quattro persone avevano scelto l’ambasciata greca.
Il 6 luglio, presso l’ambasciata tedesca la cifra arrivò a toccare quota 2200 e nella rappresentanza italiana, i collaboratori dell’ambasciatore Giorgio De Andreis contavano ben 935 persone.
Il 9 luglio quest’ultima situazione resta invariata, mentre i francesi e i tedeschi ospitano quattromila cittadini albanesi.
Fu l’ambasciata greca ad ospitare la prima evasa, una donna che si chiamava
Margarita, eppure a luglio entrarono in pochi, non più di due dozzine. In
seguito, fino alla fine dell’anno e quello seguente, si sarebbe diretta verso
la Grecia la maggior parte della diaspora, tutt’oggi presente, portandolo ad
essere il paese con più cittadini albanesi della nuova immigrazione.
Come si spiega, allora, la svista della rivoluzione di velluto nel non considerare la Grecia come un paese a cui dirigersi?
Gli albanesi avevano una determinata idea politica sull’Occidente e credevano si potesse raggiungere solo attraversando l’Adriatico.
Iniziava dall’Italia.
Andava oltre, naturalmente, ma la sua porta d’entrata era e rimaneva l’Italia. Questa loro percezione e allo stesso tempo convinzione non era stata edificata solo dall’influenza della televisione italiana, seguita di nascosto durante la dittatura staliniana. Non derivava nemmeno dalla propaganda fascista mussoliniana, egregiamente portata avanti. Né tantomeno dai rapporti intercorsi tra il re Ahmet Zog e Roma o dalla morte del generale italiano Enrico Tellini, difensore dei confini del primo stato albanese.
Si trattava di un rapporto secolare, risalente a molto prima che venissero delineati i contorni dell’Europa e dell’Occidente.
Ecco il motivo per cui fu travisata la Grecia, non solo perché tra i due stati l’ultimo secolo aveva lasciato le impronte del cattivo umore. Quando la rivoluzione di velluto scelse di attraversare l’Adriatico, la repubblica greca, da società democratica occidentale, godeva di un alto livello di benessere ed era diventata un membro dell’Unione Europea e della Nato.
Favoriti dalle agevolazioni nell’attraversare il confine via terra, gli albanesi capirono solo dopo questo probabile orientamento.
L’Occidente non era costituito dalla Grecia, culla della democrazia, ma anche dalla Slovenia, la Croazia, la Serbia, la Macedonia, la Bulgaria, l’Ungheria, la Polonia, l’Ucraina, l’Estonia, la Finlandia. Eppure c’era in loro l’impressione che la società moderna si trovasse solo nel suo naturale lato geografico.
Fu fondamentale in questo il ruolo dell’Italia e le sue antiche radici, fondamento della civiltà mondiale.
Sicuramente sia noi che i nostri avi avremmo subito un grande disorientamento se la penisola appenninica fosse stata preda della dittatura e dei modelli poco evoluti. In tal caso, auguratamente solo di fantasia, non pochi albanesi avrebbero perso la passione per l’Occidente.
Vi riportiamo una prova a testimonianza del ruolo che ebbe l’Italia nelle modalità del nostro orientamento. E’ una cifra che quasi sorprese l’intero Istituto Nazionale della Diaspora del Ministero degli Esteri Albanese. Il dato ci venne riportato dal sociologo Rando Devole, per alcuni anni nostro diplomatico a Roma e in seguito studioso dell’immigrazione albanese in Italia.
Nella pubblicazione albanese del suo libro “Il ponte sul mare” con tema l’immigrazione, edito dalla casa editrice “Agrilavoro edizioni” nel 2006, Devole segnalò la cifra ufficiale degli immigranti con nazionalità albanese registrati in Italia: 420.407 persone il 31 dicembre del 2007.
Nei nostri precedenti calcoli la cifra non superava mai quota trecentomila, arrivata a quasi quattrocentomila inglobando i clandestini. Eravamo quindi un po’ distanti dalla realtà non solo per quel che riguardava il pieno valore della nostra immigrazione in Italia, ma anche il ruolo positivo del paese.
Si tratta di quasi mezzo milione.
Si trovavano ovviamente tra le fila dei clandestini alcuni che si occupavano di criminalità, ma la maggior parte di loro si trovava nell’illegalità a causa delle aspre politiche di accettazione. La grande presenza di immigrati regolari albanesi indica il loro desiderio di vivere seguendo la legge. Tenerli forzatamente fuori da un ambito di legalità è una politica boomerang.
Alcuni giorni fa l’ultimo dato ufficiale del 2008: piu di 430.000, non tenendo conto della presenza di un piccolo contingente di clandestini. L’emigrante albanese continua l’orientamento di diventare una persona legale.
La seconda sorpresa di cui vogliamo mettervi al corrente è un dato reso pubblico un mese fa, quando l’esigenza di adottare una carta d’identità biometrica rese necessaria la registrazione della popolazione. Sapevamo di essere 3,8 milioni di abitanti dopo la caduta del comunismo, e che molti avevano emigrato durante il decennio. La nuova diaspora, compensata anche dalle nascite, fece in modo che l’Albania soffrisse quest’assenza due volte in meno. In questo modo, nonostante 1,5 milioni di emigranti, nel 2001 la popolazione aveva toccato il tetto di 3,1 milione.
Ora, febbraio 2009, abbiamo raggiunto la cifra di 4,3 milioni, più di 1,2 milioni in più rispetto ad otto anni fa. Questo porta alla conclusione che i tempi dell’migrazione massiva non solo sono finiti, ma che una parte ritorna a vivere al paese d’origine.
Sembra chiaro che gli albanesi proiettano la loro stabilità e il loro benessere nella terra natale.
Nella naturale tendenza del nostro popolo verso l’Occidente, questa notevole massa di diaspora stabilita nei suoi territori, assume in Albania i tratti un forte stimolo morale, culturale e politico. Abitando ed integrandosi con gli altri popoli sviluppati, i nostri connazionali si occidentalizzano in fretta. A Tirana, abbiamo l’abitudine di dire che è vero che ci vorranno ancora alcuni anni prima di raggiungere i principali standard dell’entrata nell’Unione Europea, ma un terzo della nostra popolazione si trova già dentro.
Avendo una bassa presenza di albanesi della nuova diaspora in Francia e in Spagna (quasi tre mila), in Germania e la Gran Bretagna (non più di 15 mila), in Austria e Svizzera (quattro mila), è evidente l’importanza del ruolo dell’Italia nell’occidentalizzazione degli albanesi.
Segnaliamo che dopo l’Europa (costa Grecia-Italia), gli Stati Uniti d’America e
il Canada ospitano più di trecentocinquanta mila persone, una cifra considerevole seppur minore rispetto all’Italia.
Non vorremmo mai che tali dati, resi pubblici in un ambiente culturale come questa conferenza organizzata dall’Università di Lecce, mettesse la pulce all’orecchio di qualche radicale politico, che troverebbe nel mezzo milione di immigrati albanesi un’altra voce nella campagna del loro allontanamento.
A Tirana continuiamo ad avere l’idea che gli italiani annoverano gli albanesi tra i loro più fedeli amici ed essendo un popolo vitale, li vedono come appassionati collaboratori nell’impresa di edificare un paese in comune. Questo è facilmente dimostrabile in Puglia, a Lecce, dove restano visibili tutt’ora le impronte della significante diaspora del quindicesimo secolo, radice del nostro orientamento occidentale.
A causa di svariati motivi e conseguenza diretta di diverse situazioni, sembra meno evidente rispetto alle altre presenze arberesh in Calabria e Sicilia, continuando a vivere sui documenti.
Ecco perché a Lecce sono insostituibili la cattedra di albanologia all’Università di Salento e l’inteligente Genesin, come anche lo storico scrupoloso e instancabile, nostro grande amico, Giancarlo Vallone o l’intellettuale Alessandro Laporta.
Voi chiamate questi spazi Terra d’Otranto, mentre noi, evocando bei ricordi, li
riconosciamo a volte come la Terra di Scanderbeg.
Non parliamo di un suo territorio, essendo suolo italiano, ma delle orme della sua anima. Venne qui ben tre volte, la principessa Donika sua moglie almeno una decina. Qui vissero suo figlio e i suoi nipoti fino ad arrivare a noi, conservando per la nostra gioia un’identità intatta.
Qui, a Lecce e dintorni, gli albanesi conservano come un importante tesoro delle loro tradizioni e legami con l’Occidente, la storia di un’immigrazione indimenticabile.
Ecco svelato perché seguono il richiamo di queste terre, di queste rive, verso di voi.
Seguono anche le nostre radici, i nostri avi.



Ylli Polovina

Istituto Nazionale della Diaspora Albanese

Ministero degli Esteri Albanese

(Lecce, Universita di Salento, Convegno sul eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, il 19 marzo 2009)



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