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Una scoperta tardiva: il castello di Scanderbeg in Italia


di Ylli Polovina

(Pubblicato in: “Gazeta Shqiptare”, supplemento culturale “Milosao”, 31 luglio 2010)

Traduzione di Monica Genesin

Prima del maggio 2008 avevo sentito parlare non di uno, ma di alcuni palazzi di Scanderbeg. Si diceva che esistessero nella zona del leccese, ma dato che non raramente i portatori di queste informazioni, tutti italiani, sostituivano, senza alcuna spiegazione, la denominazione di palazzo con quella di castello fui preso dalla curiosità. Dubitavo che fosse vero e occorreva quindi investire un po’ di tempo per approfondire questo aspetto.

Raccontavano che una costruzione di questo tipo fosse stata distrutta durante il periodo fascista, un’altra ancora due secoli prima, e che la villa a Leuca, possesso allora dei Castriota, fosse una costruzione del 1800. In tutti i casi si parlava di una grande costruzione, anzi di una fortezza, dove avevano vissuto i discendenti di Sc., perché è noto che, dopo la morte di Giorgio, il figlio e la vedova, Donika, erano emigrati nel Regno di Napoli, nell’Italia del sud. Nessun storico albanese o straniero aveva fatto riferimento all’esistenza in Italia di questi castelli-palazzo. Tutto questo avevo in mente nel maggio del 2008 quando giunsi a Galatina per vedere un palazzo-castello che si trovava nel cuore del centro storico di Galatina.

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Nel 1461, e in particolare nel 1462, dopo che era riuscito a stipulare una lunga pace con Maometto II, Sc. con la sua guardia e con truppe scelte sbarcò in Italia e aiutò il suo signore e alleato il re Ferrante di Napoli a frenare e, in seguito, a sbaragliare la rivolta di un gruppo di signori feudali del luogo, antichi antagonisti suoi e della dinastia aragonese alla quale Ferrante apparteneva. Sc. ottenne in cambio due feudi non lontani dalla costa, Monte Sant’Angelo e Giovanni Rotondo situati nella zona del Gargano. Ciò avvenne nell’aprile del 1464 e, secondo lo studioso Giancarlo Vallone forse il migliore conoscitore della vita dei Castrioti in Italia, in questa cerimonia sembra che sia stato presente anche lo stesso Sc. Anche se nel corso della sua vita quest’ultimo ha compiuto solo tre spedizioni in Italia, non sembra che sia mai stato visto nei suoi possedimenti che venivano amministrati da suoi incaricati. Dopo la morte di Sc. nel 1468, in seguito a una richiesta di Donika a Ferrante, la vedova dell’eroe albanese accompagnata dal figlio ebbe il permesso di giungere in Italia. Qui, sotto la protezione del re di Napoli, fu ospitata a Santa Chiara nella dimora del noto giurista locale Pietro Cola d’Alessandro. L’unico figlio orfano, Gjoni/Giovanni che non aveva ancora compiuto il dodicesimo anno d’età, era l’erede del principato e il solo discendente dell’eroe albanese. La conservazione della sua vita e la sua educazione erano di grande importanza dato che in Italia i due Castrioti erano andati con uno scopo: continuare da lì la resistenza antiturca. Il ritorno nelle loro terre si sarebbe realizzato al più presto. Si sa che le cose andarono poi diversamente. Donika si sarebbe sistemata alla corte del re e sarebbe riuscita ad entrare nei circoli più ristretti, più vicini al re. Secondo lo studioso Giancarlo Vallone i documenti degli anni 1488, 1496 e 1497 provano che essa si trovava costantemente a Napoli. In seguito Donika si sarebbe trasferita in Spagna, dove sarebbe morta intorno al 1505. Il punto di contatto con i due feudi del Gargano è costituito da un documento alla comunità di Monte S. Angelo relativo al pagamento della tassa del sale. Così per 21 anni i Castrioti amministravano i due possessi da lontano.

Il 2 agosto 1485 il re Ferrante ritirò ai Castriota i due feudi di cui sopra e ne concesse due altri, a Soleto e a S. Pietro di Galatina, localizzati in un territorio non lontano dalla costa, ove al di là del mare si trovava Valona, porto occupato da molti decenni dai turchi. Qui si stava preparando una spedizione armata con 18mila soldati e una flotta di 150 navi. L’impresa avvenne nel 1480 e, dopo la prima disfatta, gli italiani si difesero bene. Tra loro vi era anche Gjon/Giovanni Castriota ora uscito dall’anonimato e menzionato nelle cronache locali. Si registrano in questo periodo movimenti migratori dall’Albania verso queste terre e, proprio a Galatina, una vivace cittadina e un centro culturale di spicco, troviano non pochi albanesi. In un certo modo fu il loro centro, una sorta di “capitale”. Dopo avere lasciato la madre a Napoli Gjon/Giovanni si trasferì a Galatina, nel 1496, 11 anni dopo la concessione dei feudi e guadagnò il titolo di duca di Galatina che si aggiungeva a quello di conte di Soleto. Il professor Vallone, che da decenni conosce e ricerca documenti riguardanti la sua identità, rileva che Gjon era un buon soldato pieno di ammirazione per il re, amico del padre. Il sovrano con i suoi interventi autoritari lo aiutava a superare i contrasti con l’aristocrazia locale che mal tollerava uno “straniero” quale loro guida. Gjon sembra che abbia commesso abusi di potere, talora anche in forma grave […]
(n.d.t.: SI NARRA CON UNA CERTA DOVIZIA DI DETTAGLI L’EPISODIO DEL SACCHEGGIO DI GALATINA E INTERVENTO DELLA MADRE IN FAVORE DEL FIGLIO)

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Gjon lasciò 5 figli legittimi, Giorgio, Costantino, Federico, Ferrante e Maria […]
(n.d.t. SI MENZIONA IL FATTO CHE ALCUNI NEGANO LA CONTINUITA’ DELLA DISCENDENZA DI SC. DATO CHE QUESTI AVREBBE AVUTO PROBLEMI DI IMPOTENZA SESSUALE).
È chiaro che i Castriota hanno la tendenza ad avere naturalmente figli senza alcun impedimento genetico. In particolare essi sono in grado di generare maschi. E sottolineiamo questo aspetto, precisamente in relazione alla continuità dell’eredità dato che in ciò sono stati danneggiati e questo ha rappresentato per noi una sciagura. È stato detto e scritto che in linea maschile la stirpe di Gjergj Kastriot Skenderbeu è esaurita; da parte di alcuni sono stati fatti tentativi, se non intrighi, per negare la legittimità dei discendenti di Scanderbeg. Quando Sc. e Donika misero al mondo un figlio erano sicuri che, in quelle circostanze, ciò sarebbe stato sufficiente per assicurare la continuità della stirpe e, allorché il loro unico figlio ebbe quattro maschi egli era ancora più sicuro del padre che la dinastia sarebbe stata continuata e con essa la ricchezza, la corona principesca e, eventualmente, quella reale. Il destino può tuttavia giocare brutti scherzi. Il figlio Giorgio finì a Istanbul e si fece mussulmano tagliando definitivamente i legami con la tradizione familiare. Costantino divenne prete e morì a 21 anni d’età; ancora giovane chiuse la sua esistenza Federico. La speranza rimase quindi sul quarto figlio, Ferrante, cui il padre aveva posto il nome del re di Napoli in segno di stima e di rispetto per il sovrano. Ferrante, volente o nolente, assunse su di sé la responsabilità della famiglia Castriota. Sposato con la figlia di una famiglia ricca e nobile della regione, Adriana Aquaviva ebbe con lei un figlio, cui diede il nome di Giorgio. Una prova ulteriore del fatto che i Castriota non avevano problemi nel generare figli maschi. Giorgio III non visse però più di dieci anni.

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Ma torniamo al palazzo-castello di Galatina. Quando nel maggio del 2008 mi recai in quei luoghi vidi coi miei occhi che esso esisteva. Era l’edificio più grande nel centro della città, situato tra tre piazze; era il cuore della cittadina. Nella sua facciata era stato scritto Castello Castriota Scanderbeg, dunque il Castello di Scanderbeg Castriota. Devo ringraziare il destino, se non anche Dio, che a quel luogo mi avesse indirizzato il professor Giancarlo Vallone e Alessandro Castriota Scanderbeg, un discendente del nostro eroe e medico molto conosciuto. Dalle fotografie di accompagnamento di questo articolo risulterà chiaro anche al lettore l’aspetto di un normale palazzo. Siamo abituati a pensare che i castelli siano costruzioni fortificate situate in luoghi elevati, in montagna o in collina. In Albania non si trovano fortezze in pianura. In Italia e in altri luoghi avviene diversamente. Il palazzo Castriota Scanderbeg era anche un castello. Lo attestava l’iscrizione posta sulla fronte del palazzo e, grazie alle spiegazioni dello studioso Vallone, si poteva compiere con la mente un viaggio a ritroso di cinque secoli entrando dentro quella grande costruzione fino a penetrare nei suoi accessi più segreti. All’inizio apprendemmo la storia della porta principale. Essa era nell’ala opposta alla parte dove era stata apposta l’iscrizione e dove era l’ingresso attuale, quello moderno. Nella porta storica, affacciata sulla parte vecchia di Galatina, si usciva nel cortile della chiesa principale, la più antica della città. Lì si poteva ancora cogliere l’atmosfera di passata grandezza. Questo palazzo era stato costruito nel 1300 e prima che il re Ferrane lo donasse a Sc. Era di proprietà di una potente famiglia locale, gli Orsini del Balzo. Quando ci trovammo nel cortile interno dell’ingresso storico vedemmo uno stemma. Non era dei Castriota e ce ne dispiacemmo. Vallone chiarì che dopo la morte di Ferrante e quando la sua legittima erede Erina si sposò con uno della famiglia dei Sanseverino, il palazzo, dopo un periodo non lungo ancora in possesso della Castriota e del marito, venne venduto alla famiglia genovese degli Spinola. Come era consuetudine fu tolto lo stemma dei proprietari precedenti per fare posto a quello dei nuovi signori. Quello che abbiamo fotografato e che presentiamo al lettore è precisamente lo stemma degli Spinola. Lo stesso avevano fatto i discendenti di Sc. trasferitisi per un periodo a Napoli e ritornati in quel di Lecce, a Ruffano, non lontano dai loro antichi feudi di Galatina e Soleto. L’attuale dimora di Ruffano è una costruzione antica, un castelletto, nel quale i Castriota hanno fatto apporre lo stemma di famiglia, con un grande cortile interno.

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Quando ci volgemmo verso l’altra parte del palazzo, lì dove l’ingresso e le scale mobili presentano il segno della modernità, capimmo che stavamo entrando nell’albergo. Sotto la scritta col nome del nostro eroe si trova in inglese Suites & Apartments. Il palazzo dei Castriota è ora proprietà di di tre italiani, i due fratelli Maggioni e di un altro cui appartiene il 40% della proprietà. Era un uomo dalla natura allegra cui non faceva difetto la qualità tipica degli italiani, quella di parlare in continuazione gesticolando con i piedi e le mani. Si chiamava Giuseppe. Egli ci accompagnò spiegando il miracolo della ricostruzione interna. A lui si unì anche il figlio, Pier Antonio, una natura artistica che aveva il dono di sapere dipingere. Le sue spiegazioni erano abbastanza chiare. Cionostante per nostra fortuna c’era con noi il prof Vallone. Grazie alla sua abilità per tutto il tempo in cui visitammo il palazzo non perdemmo mai di vista la storia occorsa nei quattro secoli precedenti, pur in presenza di due concittadini tutti volti agli aspetti turistici e alla modernità. Giancarlo Vallone conosce che importanza abbia Scanderbeg e la sua epoca e non il prezzo delle camere.
Frattanto Giuseppe, senza che nessuno gli avesse chiesto nulla, proruppe in un “Ferrante boia!”. Superammo questa situazione con humor, dicendo a quell’italiano furbo che la natura per certi aspetti aspra di Ferrante non poteva giustificare l’uso di quell’epiteto.
In quell’ora in cui visitammo ogni angolo di quel palazzo a quattro piani capimmo perché quella costruzione era stata veramente un castello. Lì Ferrante aveva dominato per 45 anni. Il despota albanese nel piano terreno aveva una prigione ma anche stalle dove teneva i cavalli. Vedemmo anche la torre dove stavano le sentinelle che tenevano sotto controllo la situazione. I loro posti di guardia non si rivolgevano verso l’esterno di Galatina, ma verso la cittadina. Quando ci affacciammo da una delle finestre che guarda sulla parte nuova di Galatina, dove un tempo la zona non era abitata, Giancarlo Vallone indicò con la mano un oggetto. In verità esso non esisteva e la mano si levava nell’aria. Il professore spiegò che all’incirca in quella zona fuori dalle mura si trovava la chiesa dei Domenicani, chiamata S. Maria della Grazia dei Domenicani. Lì furono seppelliti i due duchi Castriota, almeno Ferrante e la moglie Adriana. Aggiunse che lì vicino c’era anche la chiesa degli albanesi, ora scomparsa. Secondo le cronache era molto antica e si chiamava Sancti Nicolai de Foveis exra Moenia.

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Secondo lo studioso locale Enzo Ligori, a Galatina la popolazione albanese arrivava fino al 10/15% del totale complessivo. Una registrazione dell’anno 1545 rileva che il numero dei fuochi in città era di 1368, di cui 902 soggetti a imposta. Tra di essi 66 erano albanesi, 31 registrati come greci, anche se dallo studio dei nomi dovevano essere albanesi. Egli osserva che l’anno 1545 non è il migliore per stabilire il numero reale degli albanesi a Galatina, perché in questo periodo, a ragione di alcune circostanze sfavorevoli, gli albanesi avevano la tendenza ad abbandonare la città. Il culmine della loro presenza a Galatina sarebbe rappresentato dal regno del duca Ferrante Castriota e nel periodo di Giovanni. Anche il prof. Vallone fa questa osservazione, rilevando nei suoi studi che gli albanesi avevano nei Castrioti un grande appoggio. In virtù di questo specialissimo dono dei discendenti di Sc. in Italia, era successo che lo stesso re Ferrante abbassasse le tasse per fuoco fino alla somma modesta di 11 carlini, perché essi erano “persone povere e sofferenti”. Vallone scrive che anche Giovanni quando era nel feudo di Giovanni Rotondo aveva dato alloggio e sistemato 20 fuochi di emigranti albanesi. Ciononostante a Galatina incontriamo anche alcuni albanesi abbienti, due dei quali sono la famiglia Bisha e quella del commerciante Lala. Dai nostri compatrioti di quei tempi sono usciti anche filosofi conosciuti come Pitro Galatino, che veniva da una famiglia di Durazzo. Galatina è stata il centro più grande dell’Umanesimo della Puglia meridionale e lì ha lasciato testimonianza della sua operosità anche un altro albanese, Teofil Zimarra, per quanto sia emigrato dalla costa dell’Himara. Anche ora se si sentono non pochi cognomi galatinesi si capisce che 5 e più secoli fa non c’erano solo alcuni compatrioti di alto rango dei Castriota, giunti al seguito di questi ultimi con le loro famiglie.

Nell’ambito della storia della diaspora albanese in Italia, è quella di Galatina una vicenda speciale e fuori dell’ordinario. E’ una sorta di “Kruja” italiana. Luogo dimenticato, privo di fama e di visitatori. Anche l’autore di questo contributo ha atteso invano due anni prima di rendere nota questa storia nell’edizione domenicale del giornale.

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