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Lin Delija: un pittore per Madre Teresa


Venerdì 13 marzo 2009, “Il Giornale di Rieti”.

Qualche volta, dopo aver finito di posare, Madre Teresa saliva sulla sua piccola macchina diretta a Roma, accompagnata da Lin Delija seduto sul sedile posteriore...

di Ileana Tozzi

Era ben noto, ai tanti estimatori dell’opera di Lin Delija, che l’artista albanese avesse dedicato molti dei suoi dipinti a Madre Teresa di Calcutta: non ci si era però a lungo soffermati, non ci si era interrogati a fondo sui modi e sui motivi di tale ispirazione, banalizzandola nella sua evidenza.
Accomunati dalla nazionalità e dalla fede, esuli entrambi dal paese delle aquile che nel dopoguerra aveva bandito la religione dal chiuso dei propri confini, ce n’era abbastanza perché si trovasse una spiegazione plausibile per un pretesto d’ispirazione, un omaggio, una dedica, una nostalgia che esprimesse nel volto segnato della religiosa il rimpianto e l’amore per la patria perduta e mai rinnegata, la speranza cristiana alimentata dall’adesione convinta e totale ad una dimensione di spiritualità declinata dall’una attraverso la totale donazione di sé ai più poveri, ai moribondi, agli emarginati, agli ultimi della terra, dall’altro vissuta attraverso le forme sublimatrici dell’arte.
A modo suo, infatti, anche Lin Delija aveva saputo compiere una scelta radicale ed estrema, motivata da un sincero sentimento religioso. La sua formazione umana, culturale e spirituale, era stata d’impronta cattolica. Lin Delija era nato a Scutari nel 1926. Secondo di sei figli, dai genitori Marc e Luce Zefi aveva ricevuto la prima, fondamentale educazione ai valori tradizionali della fede. Negli anni Trenta, compiuta la formazione elementare, aveva lasciato la famiglia per frequentare il collegio dei Francescani.
E proprio dal francescanesimo aveva attinto anche lui l’aspirazione e l’amore per la semplicità del cuore e della vita, che solo chi è irrimediabilmente corrotto dal consumismo può scambiare per umana miseria. La povertà – o, forse, con l’appellativo di Dante dovremmo ancora chiamarla Madonna Povertà – fu per lui il risultato tangibile, la meta raggiunta di un percorso interiore simile all’ascesi, che attraverso la rinuncia o il ridimensionamento dei beni materiali tende alla conquista del vero bene, all’affrancamento dai beni materiali e fallaci.
Lin Delija viveva così, da povero di beni materiali, infinitamente ricco nella sua esperienza di vita nutrita dai sentimenti più nobili e schietti, nella piccola patria elettiva che aveva saputo ricostruire intorno a sé ad Antrodoco, dove era arrivato alla fine degli anni ’50 per un caso fortunato, dopo le tante vicissitudini seguite all’ espatrio. Disertore dai ranghi dell’esercito albanese, dove i giovani studenti dei seminari e dei collegi cattolici erano stati forzosamente irreggimentati, si era dapprima rifugiato in Jugoslavia, frequentando per qualche anno l’Accademia di Belle Arti di Zagabria.
Dalla Croazia, nel 1949 raggiunse l’Italia e qui, con l’aiuto del professor Koliqui, già ministro della cultura ed ora docente di lingua e letteratura albanese alla Sapienza, perfezionò la sua formazione artistica frequentando i corsi di Bartoli, Mafai e Rivosecchi tenuti all’Accademia di Belle Arti di Roma. Per un breve periodo, visse ad Osimo, legandosi di fraterna amicizia con i coniugi Campanelli, oggi annoverati fra i maggiori collezionisti delle sue opere. Più tardi, si trasferì a Firenze, dove tornò ad incontrare il compatriota scultore Marco Lukolic.
Presso la galleria fiorentina «Lo sprone» monsignor Luigi Stefani aveva promosso l’apertura di una libera Accademia di Belle Arti. Fu proprio il prelato ad incoraggiare Lin Delija a misurarsi nella pratica dell’insegnamento: fu un breve, intenso periodo durante il quale il giovane artista albanese sperimentò i modi e le tecniche della pratica più affascinante e difficile, destinata a maturare nell’esperienza dell’Accademia antrodocana di Villa Mentuccia, negli anni Ottanta del Novecento. Dalla terra natale, la tavolozza di Lin Delija si era portata i colori intensi, corposi, a tratti quasi materici, le terre, l’ocra, il rosso vivace e luminoso, il bianco denso che riassorbe la luce per restituirla alle cose.
In Italia, imparò a controllare il segno ed il gesto, passando gradualmente ad una pittura duttile, fatta di grandi, libere campiture, raggiunta a partire da un’impostazione rigidamente ingessata da spessi tratti neri – nei quali facilmente si potrebbe ravvisare l’esito, o meglio il raggrumato ricordo dei drammi passati, delle rinunce, degli abbandoni sofferti, come cicatrici slabbrate e gonfie che dolgono incessantemente, alle cui fitte ci si rassegna senza mai abituarsi davvero. Intanto, l’artista albanese si era diplomato all’Accademia di Belle Arti di via Ripetta, apprezzato da Bartoli e Mafai, che lo incoraggiarono ad esporre presso le più prestigiose gallerie della Capitale.
È di quegli anni la tela raffigurante il volto di Cristo, esposta presso la collezione permanente d’arte contemporanea dei Musei Vaticani. Il percorso artistico di Lin Delija era dunque giunto al momento cruciale del trapasso dalle forme accademiche degli inizi alla maturazione di una propria cifra, più originale e consapevole, quando il vescovo di Rieti monsignor Nicola Cavanna lo invitò ad esporre una selezione delle sue opere alla mostra di arte sacra organizzata presso il Santuario di Santa Maria delle Grotte di Antrodoco.
Per Lin Delija, fu determinante la scoperta di un mondo che, a meno di cento chilometri da Roma, manteneva saldi, se non integri, gli aspetti naturalistici ed umani di cui più acuta era la sua nostalgia: un paese antico, il cui orizzonte era definito dal profilo severo delle montagne appenniniche dalle massicce pareti rocciose, dalle fitte, verdi faggete, popolato da gente schietta, a volte rude, ma semplice e sincera, che accolse l’artista albanese con l’affetto e la generosità che si riserva all’emigrante che torna nella propria terra, non si dispensa facilmente allo straniero che bussa alla porta e, spesso, genera diffidenza e paura Forse fu merito dell’autorevole presentazione del Vescovo, forse fu effetto dell’amabile tratto di cordialità di quest’uomo semplice che piacque agli antrodocani almeno quanto loro piacquero a lui: sta di fatto che Lin visse venticinque anni in questo luogo che divenne la sua patria elettiva, l’unico lembo di terra in cui riuscì di nuovo a non sentirsi apolide. Nelle grandi stanze, vuote di mobili e dense di tele, colori e pennelli, della sua casa di Antrodoco, una vecchia dimora di pietra nel cuore del paese, che mantiene pressoché integri i tratti di un’ordinata scacchiera convergente nelle cordonate prospicienti alla piazza su cui affaccia la chiesa parrocchiale, Lin Delija lavorò con inesauribile passione.
Ci fu una lunga stagione, negli anni ’60, durante la quale sulle pareti di quella casa s’infittirono le tele raffiguranti Madre Teresa: la cosa non stupì più di tanto gli amici antrodocani, che ben conoscevano la fede dell’artista, l’amore per la patria perduta che nell’immagine della religiosa già nota per le sue virtù si condensavano sublimandosi nell’ardore della carità. Ciò che sfuggì allora agli amici ed ancora era passato inosservato alle rassegne ed agli studi dei critici, è documentato invece puntualmente nella cronaca di Ylli Polovina, diplomatico albanese di stanza a Roma fra il 1997 ed il 2002, autore per la collana Comunicazione della ERI del saggio «Rai & Albania. Una grande presenza nella storia di un popolo» in cui ricostruisce l’incontro fra Lin Delija e Madre Teresa, a cui l’artista aveva chiesto di posare per una sua tela.
Benché, schiva e riservata, impegnata a spendere il suo tempo in ben altre attività, la religiosa avesse sempre evitato di concedere interviste, prestarsi all’opera dei giornalisti, degli scrittori, degli artisti, stavolta accettò la richiesta del suo conterraneo, di cui forse già l’aveva raggiunta la storia e la fama.
É bella l’espressione che Polovina adotta per descrivere la situazione: «sorrise a Lin Delija. Quest’ultimo portava il berretto tradizionale albanese, a significare che in suo onore aveva indossato l’abito da cerimonia. Essa accettò senza esitazione. A sorpresa di tutti, mentre posava era rimasta seduta in silenzio, calma come una bambina, nonostante i numerosi impegni che l’aspettavano. Accettò anche l’invito che l’artista le aveva rivolto di visitare la sua casa di Antrodoco. Qualche volta, dopo aver finito di posare, Madre Teresa saliva sulla sua piccola macchina diretta a Roma, accompagnata da Lin Delija seduto sul sedile posteriore, con le sue numerose matite, pennelli e colori stretti tra le mani. Mentre la macchina correva sulla strada avvicinandosi alla capitale, il pittore continuava a disegnare il suo ritratto».
Il risultato di questo incontro, così commovente ed intenso, è negli oltre duecento ritratti che presto, uno ad uno, furono spiccati dal chiodo che li sosteneva sull’intonaco slabbrato delle pareti della vecchia dimora antrodocana per disperdersi nel mondo intero. Ne abbiamo rintracciati fino ad oggi soltanto due, mentre collaboriamo con l’Associazione Culturale Lin Delija di Antrodoco all’allestimento di una mostra dedicata ad illustrare il contributo che l’artista albanese ha saputo dare all’arte sacra del Novecento: l’uno in Germania, l’altro negli USA.
Il tratto inconfondibile della pittura densa ed animata di Lin Delija caratterizza la tela della collezione Shutz . La superficie squadrata è organizzata sapientemente in una tensione di linee e volumi che fa da cornice ad una storia che si condensa in poche, forti immagini. Al centro della scena, una parete di rossi mattoni sbiaditi, dilavati dal tempo, una porta spalancata, la figura snella e vigorosa di Madre Teresa che accorre, irresistibilmente richiamata da ciò che accade all’esterno.
Di scorcio, in una prospettiva schiacciata di grande effetto, sullo sfondo di un cielo livido, due gruppi di uomini si fronteggiano, impugnando bastoni, sull’arco sottile di un ponte al di sotto del quale scorre un fiumicello limpido, in cui si riflettono le dense nubi. La religiosa tende le braccia in segno di esortazione alla pace, il volto dai tratti severi teso nell’ansia di compiere il suo piccolo, quotidiano miracolo di far rinascere fratellanza e concordia. In questa tela, Lin Delija ritrova i tratti marcati e sicuri della sua prima esperienza pittorica, molciti dal sapiente uso delle campiture cromatiche.
Un sentimento profondo percorre l’immagine, così semplice ed immediata pur nella complessità studiata della composizione. Gioca tutto sull’astrazione, invece, l’altro dipinto appartenente ad una collezione privata americana. Madre Teresa è una crisalide serrata nel suo sari che riassorbe tutta la fisicità del suo corpo, le braccia quasi rattrappite sul seno, i piedi nudi, il volto dolce e severo nell’espressione remota che si fa serrata nello sguardo, nella bocca dalle labbra sottili, nelle guance scavate.
Ad un’osservazione superficiale, parrebbe un’espressione incongruente con l’oblatività di una donna che riconosciamo invece con immediatezza nella prima tela, con la sua generosa, tempestiva risposta ad ogni richiamo, ad ogni bisogno: eppure, a ben vedere, forse è la seconda immagine quella più intima e vera, in cui la sensibilità di un artista profondo ed autentico come Lin Delija riuscì a dar forma ai momenti più intimi e veri di una personalità complessa, infaticabile come fu Madre Teresa, davvero lei Santa subito, i momenti della meditazione, della preghiera, dell’ascesi tanto necessari a recuperare quelle energie che poi si sarebbero donate di continuo al mondo.
Certo, Madre Teresa non cercò mai di avere «una stanza per sé», se è consentito parafrasare un’espressione celebre di Virginia Woolf mutuandone il significato ed adattandolo ad un’espressione certo più alta e più ardua. Ecco allora che l’isolamento interiore, l’indispensabile momento di riflessione tanto più necessario per questa piccola donna infaticabile si fece immagine, per merito di un artista della sua stessa terra, animato dalla sua stessa fede.


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